Inedito editoriale dal titolo "TARMA DELLA FARINA" a disposizione gratuita per tutti i nostri utenti nella sez. Editoriali A.O.E. all'interno della "Nuova Segreteria AOE"
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Discussione: Passero

  1. #1
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    La bandiera di Stefano Ballabio

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    Passero

    Dopo aver visto per l'ennesima volta dei bei passeri mutati , questa volta a ottimi prezzi... sto rimpiangendo di non averli acquistati....
    Vorrei chiedere agli iscritti se qualcuno li alleva o se mi sa dire qualcosa sul loro allevamento.

    Alloggio per la riproduzione
    é vero che si possono allevare in colonia?
    alimentazione
    mutazioni
    facilità d'allevamento.

    Cordiali saluti a tutti
    Stefano Ballabio

  2. #2
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    Però mi sa che hai sbagliato sezione... °°//-°
    Fioravante Prontera - R.A.E 0017



  3. #3
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    Piccolo contributo

    Ciao Stefano
    di seguito inserisco un contributo del compianto Giogio Truffi una piccola monografia sui Passeri:

    ____________________________________________

    «Circa le sottospecie, non ho mancato di citarle sotto alle singole specie, soprattutto per tenere, come si dice, il la voro al corrente della giornata; da parte mia, il più delle volte non riesco nemmeno a distinguerle e considero un

    danno gravissimo per la scienza l'analisi spinta all'eccesso che si pratica oggidì. Con la massima leggerezza si danno nuovi nomi a nuove forme basate quasi sempre su caratteri individuali anzichè specifici e in tale modo si crea una con fusione di nomi tecnici e di forme che talora non ci si raccapezza
    ».

    Ettore Arrigoní degli Oddi

    da «Elenco degli uccelli italiani», 1913.




    Oggetto di queste note sono i Passeri viventi alloo stato libero in Italia, ascritti attualmente tutti alla famiglia dei Ploceidi o uccelli Tessitori (Ploceidae ), del Miocene inferiore, senz'altro originatasi nell vecchio mondo probabilmente nella regione etiopica e che riconosce quale suo primo fossile un rappresentante del genere Pascer proveniente dalla Francia.



    Nell'ambito di questa famiglia quattro generi un tempo classificati fra i Fríngillidi (Fringillidae) con i quali hanno in comune il poderoso becco conico e la remi*gante primaria esterna molto ridotta (Carpospiza, Petronia, Montifringilla e Passer) sono stati raggruppati convenzionalmente nella sottofamiglia dei Passerini (Passerinae) sebbene non tutti i sistematici concordino ed alcuni preferiscano farne una famiglia a se, collocata appunto fra i Fringillidi ed i Ploceidi.



    A tre generi della sottofamiglia (Petronia, Montifringilla e Passer) sono attualmente ascritti i Passeri italiani e finalmente, a livello appunto di genere, la discussione durata decine di anni ha avuto termine ma si è riaccesa, e con punte polemiche interessantissime, quando si è trattato di passare alle specie. Quante sono, attualmente, le specie di Ploceidi italiani?

    La domanda è forse retorica ma senz'altro meno oziosa di quanto possa apparire superficialmente.



    Sappiamo tutti che in Italia vivono il Fringuello alpino, il Passero lagio, il Passero mattugio, e siamo d'accordo, ma l'altro Passero, il Passero comune o domestico, è uno, due o tre? Non è un gioco di parole, anche se a prima vista può sembrarlo. Abitualmente, o meglio dovrei dire convenzionalmente, si è soliti citare per l'Italia la presenza di tre Passeri diversi (lasciamo a parte il lagio e il mattugio sui quali non ci sono discussioni): il Passero domestico o oltremontano, il Passero italiano (la Passera reale del Savi)




    e il Passero spagnolo o sardo. Ma quando da enunciazioni per così dire di comodo che servono ad identificare con immediatezza ed in linguaggio parlato tre uccelli che, simili fra loro fenotipicamente e comportamentalmente, pure si differenziano per le caratteristiche che tutti conosciamo, il discorso si pone in termini di sistematica, la faccenda cambia aspetto. Prima di passare alla discussione della cosa facciamo il punto, sia pure a spanne, di quanto gli Autori affermano in materia.

    Il Savi (1830 ), il Salvadori (1.886 ), il Baliani (1910 ), l'Arrigoni degli Oddi (1904 ), il Moltoni (1945), il Peterson, il Mountford e l'Hollum (1954), lo Scortecci (1965), lo Zangheri (1969) affermano esistere tre specie, Passer domesticus (Linneo, 1758), Passer italiae (Veillot, 1817) e Passer hispaniolensis (Temminck, 1820) e per ora facciamo grazia sia delle sottospecie di cui accenneremo più avanti, sia della elegante questione linguistica posta in un primo tempo dal Bonaparte e poi fatta propria dal Veillot e successivamente dal Salvadori circa il nome specifico del Passero sardo che allora si era voluto chiamare (non so se proprio unicamente per amore della filologia) Passer salicilicola (abitante dei salici) perchè hispaniolensis non voleva dire spagnolo (corretta sarebbe stata l'aggettivazione hispaniensis) ma derivante dall'Isola di San Domingo (Hispaniola o piccola Spagna) dove a quell'epoca il nostro non aveva messo nè ali nè piede e dove, almeno a quanto ci dice il Bond nel suo «Birds of the West Indies», ancora nel 1974 non era presente anche se pare vada estendendo gradatamente il proprio areale nelle Grandi Antille.


    Dal canto loro il Meise (1936), il Vaurie (1959), l'Etchecopar (1964), il Cova (1969), il Bruun (1970) il Mayr (1970), il Geroudet (1972) con qualche ri*serva, il Frugis (1972) ed il Brichetti (1976) riconoscono solo le forme specifiche P. domesticus e P. hispaniolensis e considerano il Passero d'Italia sottospecie del Passero oltremontano. Ma le cose non sono così semplici e il Martorelli (1906), il Giglioli (1907), il Ghigi (1958), il Tocchi (1969) e lo Spanò (1977) che afferma, con maggiore proprietà, di conservare la distinzione a livello specifico per motivi di praticità, pur indicando i tre nomi specifici ed attenendosi a questi per ragioni di consuetudine (non so fino a che punto poi la consuetudine sia effettivamente consuetudinaria, dato che fino ad ora abbiamo visto delineare già due posizioni diverse) lasciano intravedere, soprattutto i primi tre, la convinzione di trovarsi di fronte ad una sola specie frazionatasi in più sottospecie, mentre lo Spanò (1970) già scriveva di due sole specie (P. domesticus e P. hispaniolensis) aderendo così alle tesi del Meise e del Vaurie.

    A loro volta invece il Chigi (1904, e poi tutta la letteratura successiva citata), lo Grzimek (1974) e con lui Friedmann, Niethammer e Wolters, e lo Smolik (1972) considerano specie solo il Passero oltremontano, di cui il Passero italiano ed il Passero spagnolo sarebbero sottospecie, anzi, per essere più precisi, considerano la specie Passer domesticus da cui avrebbero avuto origine le sottospecie Passer domesticus domesticus e Passer domesticus hispaniolensis che fra loro ibridandosi avrebbero originato la sottospecie Passer domesticus italiae.





    E così ritorniamo da capo e sino a questo punto la domanda rivoltaci riguardante il nostro Passero (è uno, due o tre?) non ha ancora

    avuto risposta perchè gli Autori, divisi fra loro, ci offrono ciascuno argomenti validi ed interessanti ad avallo della propria tesi.

    Più avanti vedremo di chiarirci le idee ma per ora, in questo inventario a volo d'aquila dello stato attuale delle cose, prima di procedere esaminiamo quanto si è detto e si dice, sempre per il nostro Passero, a proposito delle sottospecie e per non debordare dai limiti del lavoro atteniamoci unicamente alle sottospecie (o ritenute tali) presenti in Italia.

    Iniziamo dal Chigi, che dopo avere negato l'esistenza di tre specie diverse riconosce per il territorio italiano la presenza di sette diverse varianti: P. d. arrigoni in Sardegna, P. d. brutius in Italia meridionale, P. d. maltae (anche qui polemi*che: si sarebbe invece dovuto dire melitae) a Malta (e in Sicilia?), P. d. italiae all'Elba e in Corsica, e poi ancora P. d. romae nel Lazio, P. d. subalpinae nell'Italia settentrionale, P. d. valloni ai confini d'Italia e forse nella Francia meridionale. Nel 1903 lo Tschusi scopre la sottospecie P. italiae galliae in Corsica, all'Elba ed a Nizza e a questo punto, a livello di sottospecie nostrane (un ultimo accenno: P. d. carnicus, ovviamente in Carnia ) dato che ormai ce n'è per tutti, le cose tendono a stabilizzarsi.

    A onor del vero il Salvadori (1906) «.., le tre forme o specie di Passeri italiani... sussistono realmente con lievi variazioni individuali o prodotte da ibridismo là dove due specie si incontrano, e le varie forme ammesse dagli Autori più recenti non hanno valore neppure di sottospecie», il Giglioli (1907) «... io sono, come si vedrà, e lo ero prima di leggere il suo scritto, enfaticamente dell'opinione del*l'amico Salvadori» e l'Arrigoni degli Oddi (1913) «... secondo me in Italia esistono soltanto le tre solite forme o specie di Passero... le nuove forme descritte od ammesse dagli ornitologi innovatori non hanno, a mio vedere, nemmeno va*lore sottospecifico», fanno giustizia di questo ginepraio. Che, d'altra parte, continua ad affiorare nella letteratura degli anni successivi (per fortuna tendono a scomparire le «sottospecie» galliae, romae, subalpina e valloni) anche se in modo non ben definito ed anzi piuttosto confuso, dato che alcuni (Moltoni, Tocchi, Zangheri, Frugis ) considerano le sottospeciee maltae, arrigoni e brutius derivazioni del Pascer hispaniolensis ed altri invece (Cova, Brichetti ) popolazioni costanti, probabilmente derivate da ibridismo con il Passero spagnolo, del Pascer domesticus italiae.


    (continua)

  4. #4
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    secondo capitolo Passeri

    Così, a questo punto abbiamo il quadro della situazione e possiamo cominciare a tirare le somme.

    Se ci fermiamo a considerare che il nostro Passero non è cosa a se stante ma un vertebrato a sangue caldo (per l'esattezza un uccello) così come lo sono, per citarne alcuni che interessano l 'ornitofauna italiana, la Cutrettola, la Ghiandaia, il Merlo acquaiolo, il Barbagianni, il Picchio rosso maggiore, il Picchio rosso minore, il Rondone pallido, il Codibugnolo, la Cornacchia, il Migliarino di palude, tutti uccelli che nell'ambito della specie presentano un'ampia gamma di varianti sottospecifiche, non vedo il perchè al nostro Passero domestico non debba essere applicato il concetto di specie polimorfa che tanto valido si è dimostrato al punto di ridurre le circa quindicimila specie elencate dal Sharpe nel 1909 nel suo elenco degli uccelli di tutto il mondo alle ottomilasettecentoventinove dell'elenco del Gruson (l'ultimo di cui io sia a conoscenza) del 1976. Che esistano differenze tassonomiche tali da legittimare l'ipotesi di specie diverse (per l'uccello di cui è caso) non mi pare sia mai stato sufficientemente dimostrato, anzi, la regola del Gloger (per cui le razze delle aree caldo umide presentano una pigmentazione più intensa di quella delle aree fredde e asciutte ed i pigmenti neri sono ridotti nelle aree calde e asciutte mentre i pigmenti bruni lo sono in quelle fredde e umide) parrebbe, a mio avviso, applicarsi in modo calzante alle varie razze del nostro Passero di cui, concordando col Grzimek (1974), esisterebbe una sola specie che a suo tempo diede origine alla forma orientale Passer domesticus domesticus ed alla forma occidentale Passer domesticus bis paniolensis. Dopo l'ultima glaciazione probabilmente gli individui della forma orientale si spostarono verso ovest al seguito dell'uomo che andava sviluppando la propria espansione agricola, legandosi per motivi trofici agli insediamenti umani. Dove nei territo*ri man mano colonizzati dall'uomo era già diffusa la sottospecie P. d. hispaniolensis le due forme si mescolarono, altrove, per la diversità dell'ambiente (la forma occidentale era legata principalmente alle zone arboree) rimasero isolate ed ancora oggi vivono vicine ma senza meticciamenti, se non in alcune sacche di contatto. Prodotto del meticciamento è la sottospecie P. d. italiae per quanto riguarda la nostra penisola, così come probabilmente lo sono le altre sottospecie nell'area mediterranea.

    Una controprova, mi si passi l'espressione, direi quasi di laboratorio (peccato che i Passeri non siano drosofile) la si ha se si considera che il Passero domestico della sottospecie tipica è stato solo recentissimamente (120 anni, in questioni del genere, sono ben poca cosa) introdotto in America dove i primi esemplari sono stati importati intorno al 1850 e da allora (Grzimek 1974) «.., ha dato persino origine a forme diverse, che differiscono tra di loro e nei confronti di quella capostipi*te sia per la colorazione sia per le dimensioni, e ciò ha fornito dati estremamente istruttivi in rapporto al tempo necessario per la costituzione di nuove sottospecie». E questo in perfetto accordo oltrechè con la regola di Gloger anche con la legge di Bergmann (in alcune specie di vertebrati a sangue caldo le razze dei climi più freddi tendono ad essere più grandi delle razze della stessa specie viventi in climi più caldi) e con quanto in proposito delle leggi ecologiche ricorda il Mayr che afferma essere la loro validità limitata alla variazione intraspecifica. Non sono al corrente dell'esistenza di uno studio compartivo sui Passeri (Passer domesticus) europei ed americani, ma penso che un'analisi del genere potrebbe probabilmente mettere un punto fermo alla vexata quaestio.

    (continua)

  5. #5
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    scheda 3 Il Passero domestico

    IL PASSERO DOMESTICO

    Passer domesticus, (Linneo 1758)

    E' l'uccello più numeroso in Italia, stanziale, ematico e parzialmente di passo. Suddiviso, come abbiamo avuto occasione di notare, in diverse sottospecie di cui in particolare tre interessano l'Italia e che si differenziano fra loro, degradando da nord verso sud, per una variazione di colorazione che segue il cline.

    La specie tipica, P. d. domesticus, con vertice grigio cinerino, è presente in alcune zone dell'Italia del nord, in particolare nell'arco alpino, in Valle d'Aosta, nel Piemonte occidentale, nel Veneto orientale ed in Istria. Accidentale e parzialmente ematica nella Valle Padana e in Liguria durante l'inverno, e probabilmente anche di passo. Rarissima altrove. Il Passero d'Italia, P. d. italiae, si differenzia per il vertice castano (ma con penne marginate di grigio in inverno) e per le parti inferiori più bianche. Presente e stazionario in tutta la penisola dalle Alpi alla Calabria, e in Corsica. Il Passero sardo, P. d. bis paniolensis, ha il dorso più striato di nerastro, il nero della gola più esteso sul petto ed i fianchi macchiati e striati di nero. Presente in Sardegna, in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Basilicata, in Campania ed in genere nelle parti meridionali della penisola.

    Le caratteristiche evidenziate riguardano i maschi. Le femmine si assomigliano notevolmente fra loro (almeno per me è pressochè impossibile riuscire a distinguere la femmina del P. d. domesticus da quella del P. d. italiae) fatta eccezione per quella del P. d. hispaniolensis che ha guance lievemente più chiare ed il groppone più scuro. I giovani sono pressochè identici, tranne che nella sottospecie P. d. hispaniolensis dove presentano (guance più chiare e groppone più scuro) le stesse caratteristiche delle femmine.


    E' però doveroso riconoscere, da parte mia, che le differenze fenotipiche sotto*specifiche, là dove ci sono, sono distinguibili, salvo alcuni casi, solo attraverso un confronto diretto, data anche l'enorme varietà di tipi che la specie ci offre. Nelle zone di contatto fra le sottospecie per meticciamento si originano razze o popolazioni locali con caratteristiche intermedie (brutius in Calabria, maltae in Sicilia) più o meno accentuate che rendono, a mio avviso, realmente difficile l'attribuzione di questo o quel soggetto a quella determinata sottospecie. Interessante poi, al*l'interno della sottospecie, esaminare in dettaglio l'eterogeneità del fenotipo (vedere al riguardo lo studio del Bertani, 1944, indicativo se pure incompleto) che varia seguendo una direttiva nord sud secondo la regola di Bergmann. Frequenti poi, soprattutto in P. d. italiae, le forme di albinismo (parziale e totale, ma più comune il parziale), di isabellismo e di melanismo (e poi cose ancora più strane, come una femmina catturata bianca e diventata isabella dopo la muta, vedere Abba 1970), per le quali rimando agli Autori citati in bibliografia, segnalando in aggiunta un ceppo di passeri isabella a Palermo (fide d'Amico), un maschio argento di proprietà del sig. Foglia di Genova presentato due anni fa in diverse mostre ornitologiche, un maschio bianco con alcune strie cannella di mia proprietà, purtroppo morto e non conservato per le cattive condizioni delle timoniere, ed una femmina con marcatura bianca simmetrica sulle remiganti, pure di mia proprietà e quest'ultima ancora in perfetta salute, di cui riproduco la fotografia. Interessanti al riguardo gli studi del Taibel (1935 e 1938) soprattutto per quel che si riferisce all'isabellismo che, sia detto per inciso, mi pare fenomeno che interessi maggiormente le femmine, mentre l'albinismo ed il melanismo sembrano riguardare in misura preponderante i maschi. E' noto anche (Orlando, 1935) un ibrido fra P. d. hispaniolensis e Passero mattugio (P. montanus) catturato nei pressi di Palermo nel giugno 1928 e che l'Orlando descrive come simile al Passero mattugío ma di dimensioni più grandi e in cui «... risulta in particolar modo il nero dell'alto petto soltanto sul lato sinistro...» Nonostante le segnalazioni della Gray (1957) nel suo «Birds Hibrids» che lo dice ibridarsi (in natura o in cattività? ma tutto sommato è lo stesso) con il verdone, il fringuello e il canarino domestico; nonostante il Menassè («Trattato enciclopedico di canaricoltura» del 1974) che ne definisce l'ibridazione con la canarina «... non molto difficile ma di scarso interesse»; nonostante il Codazzi («Trattato di ibridologia» del 1957, ma già una precedente edizione risaliva al 1952) che fra i più comuni ibridi col canarino cita l'ibridazione «Canario-Passera», non ho assolutamente notizia di ibridi di Passero se non all'interno del genere. Ad ogni buon conto, per un esame delle affermazioni troppo frettolose di certi ibridatori da tavolino (ed escludo la Gray perchè pubblicava solo una lista degli ibridi segnalati e non certo una lista critica) rimando alle note sull'argomento del Maranini (1977). Nidifica in tutta Italia e nelle isole da fine aprile a tutto agosto ma a volte anche a settembre ed ottobre, con un numero di covate variante da una a tre, eccezionalmente quattro, in funzione dell'età e delle condizioni alimentari. Più legate all'uomo e al suo ambiente le sottospecie domesticus e italiae; l' ihispaniolensis anche (Toschi, 1969) «.., in campagna semideserte e selvatiche, cespugliati, boscaglie e macchie».

    Costruisce nelle cavità dei muri, nelle grondaie, nei crepacci delle rocce, nei buchi degli alberi; nelle cassette per nidi artificiali poste da privati ornitofili e dalla Lega per la protezione degli uccelli, un nido aperto; sui rami degli alberi o all'esterno (è veramente un tipico ploceide, vedere Fossati 1936) un nido globoso, voluminoso, con apertura su un lato, con i materiali più vari. Spesso occupa i nidi di balestrucci, Delichon urbica (Linneo 1758), e di altri uccelli, con i quali ingaggia violente battaglie che non sempre terminano per lui con risultati positivi (vedere il Bacchi della Lega, oltre ad una nota su «Avicula» del 1897 che escrive come a Roma un gruppo di rondini murasse vivo in un nido un passero che l'aveva usurpato per cercare di stabilirvisi).

    L'accoppiamento avviene ripetute volte dopo una parata nuziale (Rosa, 1974) basata sull'ostentazione della macchia del petto che può ricordare (almeno a me l'ha sempre richiamata alla mente), quella del gola tagliata, Amadina lasciata (Gmelin 1789) e di altri astrildidi, forse filogeneticamente più vicini di quanto consuetudinalmente venga ammesso.

    La deposizione è di 3-6 uova (eccezionalmente anche 7 ) per ogni covata e la femmina provvede all'incubazione per circa tredici giorni, in qualche caso aiutata dal maschio. L'alimentazione, essenzialmente granivora in inverno, diviene durante il periodo riproduttivo quasi totalmente insettivora (o per lo meno in misura preponderante, vedere Sciacchitano, 1924). Il Moltoni ( 1943) calcola, ed a mio avviso, stando ai dati da lui forniti, con una eccessivamente prudente approssimazione per difetto, in circa 500 acrididi il consumo giornaliero di una coppia di P. d. italiae impegnata per quattordici ore quotidiane nella nutrizione di una nidiata di quattro piccoli. In alcuni casi sono stati osservati Passeri durante il periodo dell'allevamento della prole nutrirsi addirittura di lucertole (Moltoni, 1954), per cui è legittimo ritenere che in questa fase rientrino nell'alimentazione anche piccoli vertebrati di dimensioni minori.

    I piccoli, nutriti da entrambi i genitori, escono dal nido verso il quindicesimo giorno dalla schiusa e poco dopo sono autosufficenti.

    Riscontrati (Skutch, 1961) casi di assistenza interspecifica in cui femmine di Passero domestico collaboravano alla nutrizione di giovanii di altre specie. L'allevamento in cattività non presenta grosse difficoltà in voliere esterne, nonostante le affermazioni del Taibel (1935 ) e gli inspiegabilmente negativi risultati conseguiti in quell'epoca alla stazione sperimentale di avicultura di Rovigo. I Passeri isabella di Palermo, appunto allevati in cattività a quanto mi dice Giovanni d'Amico, ne sarebbero una prova evidente. In gabbia, per quanto più difficoltosa, la riproduzione è avvenuta più volte (Socci, 1976) ed in questo momento mentre scrivo queste note, in una mia voliera interna in cui ospito uccelli euroasiatici (circa 80 soggetti) una Passera ha deposto in una cassetta nido, e cova regolarmente ma non so con che risultati futuri dato il relativo affollamento dell'ambiente, cinque uova di cui alla speratura quattro si sono rivelate fecondate. Un'ultima annotazione: il Passero domestico in Italia è parassitato dal Cuculo (Moltoni, 1951) come già aveva fatto notare l'Arrigoni degli Oddi (1929) e prima di lui il Bettoni nella sua «Storia naturale degli uccelli che nidificano in Lombardia» del 1865, mentre la stessa parassitizzazione non è stata riscontrata in Francia, in Belgio ed in Svizzera dal Geroudet nel suo studio sull'argomento del 1950 («Quali sono gli ospiti del Cuculo?» in Nos Oiseaux ) .


    (ontinua)

  6. #6
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    scheda 4 il Passero Mattugio

    IL PASSERO MATTUGIO

    Passer montanus (Linneo 1758)

    Stazionario, ematico e nell'Italia settentrionale anche di passo, il Passero mattugio, che prende il suo nome volgare (mattus = ubriaco, dal basso latino) dal suo comportamento fortemente irrequieto, è uccello comunissimo ed ampiamente dif*fuso in tutta la penisola e le isole, più scarso e prevalentemente invernale in Corsica e in Sardegna dove per altro pare essere in fase di espansione (Brichetti, 1976) e lo si incontra anche in primavera (Pratesi e Tassi, 1977, oltre alle note del Martorelli, 1960).

    Nonostante il nome scientifico (montanus = di montagna) è comunemente pre*sente ovunque al di sotto dei 1300 m. secondo il Brichetti (1976), anche se questa affermazione pare abbisogni probabilmente di un più attento controllo dato che il Moltoni (1969) dice di averlo incontrato nel mese di aprile lungo la strada che da Bormio (m. 1217) porta a Santa Caterina (m. 1734) e di avere avuto notizia della presenza di questo uccello, durante l'inverno, nella zona alberghiera di Monte Ciuk (m. 1700) ed il Marcuzzi lo dice, nel suo recente studio sulla fauna delle Dolomiti (1975) «...molto frequente in tutto il Primiero dov'è nidificante e stazionario ma anche di passo». Probabilmente quindi, ma è solo una ipotesi, in fase di espansione per quel che si riferisce alla quota.

    Simile, come struttura generale e colorazione, al P. d. italiae, se ne differenzia per le minori dimensioni (circa 14 cm anzichè 15,5 o 16 cm), per la zona nera sulla gola e sull'alto petto che è meno estesa e soprattutto per una netta macchia nella regione auricolare a forma di mezzaluna più o meno regolare. Pressochè inesistente il dimorfismo sessuale, che si evidenzia per una colorazione lievemente più pallida e per la macchia nera più piccola.



    Passer montanus





    Come per il domestico, anche per il Passero mattugio non sono infrequenti le anomalie (vedere bibliogr. ) con particolare riferimento all'isabellismo (Ninni 1923, Caterini 1938, Fantin 1976) ed all'albinismo (Zangheri 1936, Abba 1970) mentre nella letteratura non trovo notizia di forme melaniche che d'altro canto non ritengo siano improbabili anche se senz'altro molto più rare. In aggiunta a quan*to riportato dagli Autori, ricordo un esemplare «avana unicolore» catturato da un tenditore bolognese, detto Romagnina, nelle vallate intorno a Molinella nell'inverno 1939-40 (nota anonima sul n. 2-1940 della «Rivista degli allevatori», mensile zootecnico edito dal Savino) ed una coppia di soggetti completamente bianchi attualmente impegnati in un esperimento di riproduzione a Castelfranco Veneto teso a studiare la possibilità di fissare i caratteri della mutazione. Come già visto in precedenza, il Passero mattugio si ibridizza con il domestico (vedere anche Brichetti, 1976). Pare abbia popolato l'Europa prima del Passero domestico e mentre in Asia orientale e centrale sostituisce effettivamente questi e vive anche nei quartieri centrali delle città, nelle nostre regioni pur non disdegnando l'insediamento urbano (Sevesi 1937, Del Lungo 1937, Pratesi 1975), giustamente il Cova (1969 ) lo definisce «... meno antropofilo del Passero domestico...», compare soprattutto ai margini dei luoghi abitati, nei giardini, nei campi, lungo le strade principali ed ai limiti delle zone boschive. Si riproduce dalla seconda metà di aprile a tutto luglio e forse anche ad agosto ed entrambi i membri della coppia costruiscono un nido simile a quello del Passero domestico, nella grande maggioranza dei casi in cavità arboree, in fienili, in case abbandonate e spesso anche in cassette nido. Segnalato dal Realini (1971) un nido con cinque uova fresche costruito nel punto di appoggio di un nido di cornacchia grigia su un olmo, ad oltre venti metri da terra, riadattato ed occupato da una coppia di nibbio bruno, Milvus migrans (Boddaert 1783), che vi aveva deposto le uova.



    Una interessante questione etologica è stata recentemente portata alla nostra attenzione dal Salvini (1977, e vedere anche la letteratura da questi citata) circa la possibile formazione per questa specie di famiglie a tre (un maschio e due femmine) e quindi la nidificazione in coppia di due femmine.

    La parata nuziale è pressochè simile a quella del Passero domestico. Vengono nor*malmente portate a termine da due a tre covate di 4-6 uova ciascuna (eccezional*mente anche 8 ) e l'incubazione si protrae per circa 13 giorni. Dopo altri 13 giorni (L. e R. Pasquali, 1976) i giovani sono in grado di lasciare il nido, simili agli adulti ma con la macchia auricolare e gulare di colore grigio scuro anzichè nero.

    Si alimenta con semi di graminacee e di piante erbacee; durante il periodo ripro*duttivo e soprattutto nella fase di alimentazione della prole è però ancora più insettivoro del suo congenere P. domesticus e divora una enorme quantità di insetti e ragni.

    La parassitizzazione della specie da parte del Cuculo, segnalata dal Geroudet (cit.) come occasionale per la Svizzera, non è nota per la Francia, il Belgio e l'Italia.

    In cattività la riproduzione è possibile, ed esperimenti positivi in questo senso mi risulta siano stati fatti in Belgio e in Olanda.

    Per l'Italia, l'unico tentativo di riproduzione di cui sia a conoscenza riguarda quello cui accennavo in precedenza, attualmente in atto nel Veneto, per cercare la possibilità di creare un ceppo di individui omozigoti per il carattere albino, analogamente (almeno come aspirazione in pectore) a quanto è stato fatto per l'albinismo del fagiano comune (Taibel, 1.935).

    (continua)

  7. #7
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    Scheda 6 il Passero lagio

    IL PASSERO LAGIO

    Petronia petronia (Linneo 1766)





    Di dimensioni simili al Passero domestico, da cui si differenzia subito per la diversa colorazione del mantello e per una macchia di un bel giallo citrino sul*l'alto petto più o meno sviluppata e comunque di maggiore ampiezza nei maschi, per altro non evidente se non da molto vicino, il Passero !agio è uccello di passo, autunnale, spesso imbrancato con il P.d. domesticus in Italia settentrionale, dove è forse nidificante in scarso numero nelle montagne del Veneto e nell'Appennino tosco emiliano, ed è presente come stazionario e nidificante, con erratismi verso sud nella cattiva stagione, in tutta l'Italia centrale e meridionale, in Sicilia, in Sardegna, in Corsica, a Malta e nelle isole Egadi e Eolie. Per l'arcipelago toscano parrebbe specie di passo. Non ugualmente distribuito, in alcune zone la presenza è cospicua, in altre totalmente assente (Brichetti, 1976). In Sardegna l'Arrigoni degli Oddi (sul n. 6 di «Avicula» del 1902) ha creduto di identificare la sottospecie Petronia petronia helhnayri caratterizzata (riporto testualmente la parte essenziale) dalla «... mancanza assoluta della tinta fulviccia sulle parti superiori, che è rimpiazzata da una colorazione bruno olivastra poco ac*centuata, pel dorso e per le strie sulla testa di un tono più nero, e per le dimensioni di poco minori». Accettata dall'Hartert nel 1904, rifiutata dal Giglioli (1907 ), non riportata dal Baliani (1910 ) che pure fu preparatore attento e scrupoloso al Museo di Genova, riconosciuta dal Moltoni (1945), denegata dal Vau*rie ( 1959), non riportata dal Cova (1969 ), citata dal Toschi (1969) con una nota «.., tuttavia questa forma non è riconosciuta valida da alcuni AA. che la pongono in sinonimia della precedente», dove per precedente si intende la forma tipica P. p. petronia con chiaro riferimento al Vaurie, non ammessa dal Frugís (1972) e neppure dal Brichetti (1976), questa forma appare molto dubbia. Il Brichetti (1976) afferma l'abbondanza delle variazioni individuali di colorazione e di tonalità (vedere anche Giglioli, 1907) ed anch'io ho avuto più volte occasione di notare diluizioni di colorazione, soprattutto in uccelli vivi portati per la vendita in sagre e fiere. Sono comunque propenso a credere che i toni generalmente sbiaditi da me osservati in queste circostanze fossero il prodotto di certe carenze alimentari, dato che non si trattava di soggetti di fresca cattura ma di esemplari mantenuti in cattività ed alimentati con mangimi granulari probabilmente non del tutto adatti. Nella letteratura non trovo traccia di aberrazioni cromatiche del piumaggio dovute ad albinismo, melanismo o isabellismo.



    La specie da cent'anni a questa parte pare stia contraendo verso sud il proprio areale. Un tempo molto diffusa anche nell'Europa centrale dove costituiva il residuo di una fauna di un'epoca più calda, attualmente è quasi completamente scomparsa dalla Germania, dove prima nidificava nel Baden meridionale, in Fran*conia e in Turingia (Grzimek 1,974).

    Forastico, non antropizzato e raramente rinvenibile se non in casi eccezionali nelle nostre città (Sevesi, 1937, che riferisce trattarsi, dell'unico individuo ac*certato in quello studio a Milano, di un soggetto ferito), il nome scientifico (Petronia da petra = roccia) si attaglia benissimo a questo uccello ed inquadra subito l'ambiente in cui vive.

    Nidifica da noi in zone montane (radure aride, luoghi sassosi e cespugliosi, petraie di montagna) fino ad una quota di circa 1500 m. costruendo un nido globoso si*mile a quello del Fringuello alpino in cavità di alberi, neii crepacci delle rocce o di vecchi muri e qualche volta anche a terra.

    Pare che la sola femmina provveda all'incubazione delle uova (da 4 a 6, eccezionalmente 7 per covata) per un periodo di circa 14 giorni. Una o due covate all'anno, da aprile a giugno, in qualche caso pare anche a luglio. Dopo una permanenza nel nido di circa 20 giorni, dove sono nutriti dai due genitori con insetti e con una piccola parte di sementi, i giovani sono pronti all'involo, simili alle femmine ma sprovvisti della macchia gialla gulare e con le striature inferiori più marcate. All'epoca del passo, mentre molti giungono d'oltralpe, quelli che hanno nidificano sulle nostre montagne tendono a spostarsi verso il piano.

    Gregario, è in generale più selvatico del Passero domestico assieme al quale però non è raro incontrarlo in folti gruppi percorrendo le campagne dove a volte lo si trova nelle stesse zone degli zigoli. A differenza degli altri Passeri sul terreno non si muove saltellando ma a piccoli passi.

    Pare essere specie in diminuzione, anche se in espansione locale in alcune zone (Orlando, 1936), non avendo la prolificità nè l'adattabilità del Passero domestico o del mattugio, dei quali forse subisce la pressione.

    Non mi risulta sia mai stato praticato l'allevamento in cattività che comunque, data l'irrequietezza della specie, penso avrebbe difficilmente risultati positivi.

    In ogni caso, i soggetti catturati sopravvivono bene, soprattutto se l'alimentazione somministrata è fortemente proteica ed integrata da prede vive.

    (continua)

  8. #8
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    scheda 7 Il Fringuella alpino

    IL FRINGUELLO ALPINO

    Monti fringilla nivalis (Linneo 1766)

    Terminiamo l'esame dei nostri ploceidi con il Fringuello alpino, l'uccello di maggiori dimensioni della sottofamiglia (da 17,5 a 19,5 cm.) strutturalmente diverso dagli altri Passeri dai quali si distingue per la sagoma e per la colorazione, basata su vari toni di grigio e di bruno, sul bianco e sul nero (inconfondibili le timonie*re e le remiganti che in volo appaiono vistosamente colorate in bianco e in nero). Becco nerastro, che nella cattiva stagione diventa giallo arancio con punta nera. In inverno la macchia gulare nera è quasi completamente nascosta dalla margina*tura chiara delle piume, anche se il Rota (1967) non è dello stesso parere, non ritenendo che le piume nere siano marginate di bianco al punto tale da nascondere il colore della macchia. I sessi sono pressochè simili e le femmine presentano una colorazione generale più sbiadita e con il bianco meno accentuato. Specie politipica, sono note varie sottospecie (Vaurie, 1959) nessuna delle quali però interessa l'Italia.



    Non sono a conoscenza di anomalie cromatiche del piumaggio.

    Presente sulla penisola come molto localizzato e nidificante nei luoghi adatti, lo si incontra sulle Alpi e sull'Appennino centrale e forse in alcune località dell'Appennino settentrionale. Non presente nelle isole nonostante l'affermazione del Rota (1967) che nelle isole appunto lo dice «... quasi mancante...» cioè quindi presente se pure con un numero ridotto o ridottissimo di esemplari. Negli studi sulle avifaune locali non trovo traccia di nidificazione nelle isole, e questa affermazione quindi va in ogni caso interpretata come riferita alla presenza (rarissima se pure mai accertata) di qualche soggetto durante gli spostamenti invernali, per quanto almeno in Sicilia (Sorci, Massa e Cangialosi in R.I.O. n. 1-1973), a Malta (De Luca, « A Revised Chek list of the Birds of the Maltese Islands», 1969) ed a Pantelleria (Moltoni 1973) non risulta segnalata, e neppure ne trovo traccia nei lavori del Moltoni e di altri per quel che si riferisce alla Sardegna. Unico dato anche se un pò labile, riportato dal Moltoni e dal Di Carlo nella loro mo*nografia sugli uccelli dell'Isola d'Elba (in R.I.O. n. 3A-1970) è una citazione a loro volta tratta dal Damiani (1912 ) che elenca il Fringuello alpino tra le specie di cui è dubbia la presenza, per un individuo ucciso «molti decenni fa nella pianu*ra presso Portoferraio», e riporto testualmente la citazione.




    Monti fringilla nivalis

    Nella penisola è stazionario e nidificante alle alte quote, dai 1800 sino ad oltre i 3000 m. (massima altezza della cova m. 3476, da Schauser e Caspari, 1975) sul*le Alpi, a quote anche più basse (mai sotto i 1500 m.) sugli Appennini. Secondo il Cova (1969 ) sarebbe, nella zona della tundra alpina, il sostituto ecologico dello Zigolo delle nevi, Plectrophenax nivalis (Linneo 1758), e rappresen*terebbe un caso evidente di evoluzione parallela con questa specie. Dalla fine di aprile a luglio (in genere due covate all'anno) viene costruito dalla sola femmina un nido voluminoso con erbe secche, muschi, pagliuzze, rivestito all'interno di erbe più sottili, di crini e piume, posto preferenzialmente in buchi fra le rocce, nelle profondità dei crepacci, a terra in tane abbandonate di marmotte, nelle fessure di qualche vecchio muro, nei tetti delle baite o dei rifugi (Di Carlo, 1975) in cui vengono deposte da 4 a 6 uova, a volte anche 7, incubate solo dalla femmina per un periodo di tempo variante dai 13 ai 18 giorni in funzione delle condizioni climatiche. I giovani, alla nutrizione dei quali collaborano entrambi i genitori, lasciano il nido completamente indipendenti verso il ventesimo giorno, simili alla femmina ma con la macchia gulare grigio scura anzichè nera.

    La nidificazione avviene spesso in piccole colonie. Dopo le cove si radunano in stormi di anche più di cento esemplari e si danno a parziali erratismi alla ricerca del cibo, rappresentato da piccoli insetti e ragni e da semi di piante alpine durante il periodo riproduttivo, da granaglie di ogni genere nei mesi invernali. Negli inverni rigidi scendono per ragioni trofiche nelle vallate al di sotto dei 1000 m. solo se costrettivi da freddo e nevicate eccezionali che possono impedire loro il reperimento del cibo a quote più congeniali e non è raro vederli nei pressi di insediamenti umani.

    Analogamente a quanto osservato per il Passer domesticus, il Fringuello alpino è specie parassitata in Italia dal Cuculo, mentre lo stesso fenomeno non è riportato per la Svizzera, il Belgio e la Francia.

    Non sono al corrente di avvenute riproduzioni in cattività che in ogni caso non ritengo sarebbero possibili a basse quote altimetriche.

    Non esistono assolutamente dati (ne certi ne dubbi) sull'ibridazione in natura del Fringuello alpino, anche se il Rota (1967) dice che «L'accoppiamento del Fringuello alpino con altre specie è dovuto al caso...» e quindi indirettamente ne ammette (non ne ipotizza) l'ibridazione. E poche righe più avanti (e questa vol*ta come ipotesi) dice che «Possibili accoppiamenti con altri uccelli sono: col Sordone e con lo Zigolo delle nevi, simili per abitudini ed alimentazione in cattività». Escludendo senz'altro l'avvenuta ibridazione naturale (barriere isolanti, vedere in generale il Mayr, 1970, ne esistono a iosa per quel che si riferisce al Sordone, Prunella collaris Scopoli 1769, e per lo Zigolo delle nevi basta pensare che se la specie non si riproduce sulle nostre Alpi non ci sono ragioni credibili per ritenere che debba ibridarsi con un altro uccello anche se filogeneticamente poco lontano) non sono assolutamente a conoscenza dell'ibridazione avvenuta in cattività (ed è d'obbligo il rimando al lavoro del Maranini, cit. ) anche se il Codazzi in più parti (pagg.30, 68, 85 e 107) del suo «Trattato di ibridologia» cita l'ibrido di «Canarino - Fringuello alpino» fra gli ibridi più facilmente realizzabili (pag. 30) ed arriva addirittura a descrivercelo (pag. 107), mentre a pag. 85 ci parla come cosa scontata dell'incrocio Fringuello alpino-Ciuffolotto ed a pag. 68 ipotizza (bontà sua) la possibilità di ibridare il nostro con il Cardellino, Carduelis carduelis (Linneo 1758), il Ciuffolotto, o becco grosso, delle pinete, Pinicola enucleator (Linneo 1758) ed il Frosone, Coccothroustes coccothraustes ( Linneo 1758), con buona pace, in questo suo fantasioso spaziare, di tutta la questione di affinità sierologiche, di differenze di pH, di esigenze alimentari diverse, di questioni barometriche che fan si che se sotto una determinata quota non è possibile ad un dato uccello riprodursi, lo stesso succede per un altro al di sopra di una certa quota. A parte il fatto poi che nella letteratura assolutamente non è fatto cenno alle ibridazioni in oggetto, che se fossero avvenute sarebbero state ampiamente documentate sia dalla stampa scientifica che da quella amatoriale.

  9. #9
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    Credevo che stefano stesse parlando del passero del Giappone... pardon... :rolleyes:
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  10. #10
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    posso aver sbagliato io

    ciao Fiox
    mi metti un dubbio
    potrebbero essere veramente passeri del giappone
    in effetti Passeri domestici mutati non ce ne sono molti
    in vendita..,
    aspettiamo Stefano che precisi
    ed eventualmente spostiamo la discussione in Esotici

    ciao

    Marco Cotti FEO 0004





    http://digilander.libero.it/cocoricoland/index.htm

    http://tarantamyblog.blogspot.com/

    Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea.
    Ippolito Nievo

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